domenica 4 novembre 2012

E' dizione straordinaria?


Nel panorama culturale italiano, ci sono due àmbiti comunicativi che non godono di una adeguata attenzione condivisa: la fonetica e la prossemica.



Della prima (eterea, inconsistente, invisibile) si immagina un’acquisizione – e una produzione – automatica e diretta. Proposta riduttivamente come competenza legata al “bel parlare”, essa trova attenzione unicamente in dimensioni strumentali pubbliche (il conduttore tv, il politico e il suo lavoro persuasivo, il venditore-rappresentante di commercio). La seconda (che riguarda la postura, il gesto, la gestione dello spazio, degli sguardi) è interpretata come dimensione specie-specifica di ciascun individuo: naturale più che culturale; genetica più che ambientale.

In questa, regressiva prospettiva, la stessa nominazione "retorica" (intesa come arte del dire, e del gestire) è stata svilita e privata della sua vocazione dialettica e relazionale; allo stesso modo, le componenti sovrasegmentali del discorso (l’uso di pause, intonazioni, volumi, ritmi; gli arricchimenti mimico-espressivi) trovano scarse collocazioni nelle tradizionali riflessioni e prospettive educative.

In tal modo, le componenti emotive, affettive e socializzanti connaturate all’atto del parlare – la musicalità verbale, la valorizzazione delle qualità orali, la ricchezza melodica della voce; e poi la sensazione di vicinanza, di avvolgimento, la varietà visiva dello spazio occupato – risultano parzialmente inesplorate: gestite in modo talora contraddittorio e casuale, spesso generando monotonia percettiva (da parte del “ricevente”) e impoverimento argomentativo (dell’emittente).

2.
Il rapporto con la dimensione formativa – la scuola pubblica da un lato; le scuole di teatro e di recitazione dall’altro – non riduce né allevia la problematicità della questione.

Nel primo caso (dalla scuola elementare al liceo all’università) le competenze verbali e prossemiche sono considerate marginali e secondarie (a vantaggio di una visione nozionistica dell’apprendimento); nel secondo caso – in accademie e corsi per attori e animatori – l’apprendimento si riduce alle scarne regole di “aprire” e “chiudere” una vocale, omettendo conoscenze complesse e interessanti (il perché di una scelta fonetica anziché mille altre); banalizzando l’interesse e la profondità delle lingue regionali e del dialetto; generando confusione tra (necessaria) spontaneità della produzione verbale e (altrettanto necessaria) “costruzione” e affinamento del proprio repertorio comunicativo; da un lato una omissione pericolosa e fuorviante; dall’altro un’insistenza esteriore e spesso risolta in una mera “ripetizione” di altrui modi di parlare.


Schematicamente, le questioni che il Corso vuole evidenziare e riutilizzare in una prospettiva metodologico-didattica sono riconducibili a sei distinti argomenti:
  1. la consapevolezza del contatto e della corporeità in ogni situazione relazionale. Insistendo sulla tensione fisica (in termini di manualità, propriocezione, equilibrio) che una componente verbale costitutivamente implica, l’allievo si abitua a gestire il movimento, la relazione posturale e le caratteristiche spaziali (del luogo in cui operano) in modo ancora più ricco e orientato;
  2. il controllo dello sguardo, la sua distanza da un semplice e meccanico “vedere”, l’abitudine a guardare, far guardare, essere guardati. Lo studio dello sguardo diventa – da un lato – indizio di attenzione e di feedback; dall’altro si fa esercizio critico di riformulazione del reale e ricerca dell’inedito. Per certi versi lo sguardo viene proposto come dimensione pre-alfabetica e pre-categoriale; per altri orizzonti diventa un modello di insostituibile affinamento etico ed estetico;
  3. la mobilità del viso e delle espressioni facciali intese come ponte tra discente e docente, interlocutore ed emittente. Mezzo fondamentale di espressività ed empatia, primo alfabeto complesso e mobile di leale frontalità tra esseri umani, i muscoli facciali sono gli stessi che garantiscono un’ottima fluidità fonoarticolatoria e una armonia dei movimenti verbali; il viso è altresì il luogo del pianto e del sorriso, della comunione tra muscoli in dialettica e comunicativa tensione;
  4. la conoscenza degli organi fonatori e la loro applicazione rispetto alla produzione dei suoni della lingua; la sollecitazione a valorizzare (e considerare) le componenti espiratorie, polmonari e diaframmali nella emissione della voce; la promozione di tecniche e pratiche per una corretta “messa in maschera” del suono, per alleviare il coinvolgimento delle corde vocali e contrastare un loro prematuro logoramento. Il tutto, a favore di una voce che risulti piena, persuasiva, sana;
  5. la comprensione delle molteplici diversificazioni – ma anche analogie e contatti – che la lingua, nel suo concreto porgersi, manifesta: variabili geografiche, contestuali, professionali (tecniche, estetiche, ideali). Tutto questo in un momento storico caratterizzato dalla più alta convivenza tra codici – tecnologici e corporei, digitali e virtuali – che, se da un lato hanno allargato gli orizzonti comunicativi e alfabetici, dall’altro (talora) ne hanno impedito una più matura e produttiva convivenza;
  6. una riflessione attenta e problematica sull’uso “personale” e “pubblico” (soggettivo e oggettivo) delle regole ortofoniche. Più in particolare, una sollecitazione a sostanziarla con esercizi e riflessioni di natura intonativa ed espressiva – e pragmatica –, anche con il ricorso a un più attrezzato concetto di teatralità, recitabilità e performatività della produzione verbale.
3.
Se (in modo sintetico) le questioni summenzionate riguardano specifici elementi fonetici e linguistici, comportamentali ed etologici, la realtà complessiva che contiene queste istanze è molto più ampia. Essa auspica un esercizio continuo verso la piena padronanza di una articolata pluralità di linguaggi. Mostra come un qualsiasi comportamento comunicativo – privo delle componenti dapprima menzionate (legate alla fisicità del contatto, alla postura, allo sguardo, etc) – sia comunque monco e venga percepito dai nostri ascoltatori-spettatori in modo più spento e parziale. Conferma come ogni codice si interconnetta e reclami tutti gli altri: quanto la gestualità sia legata alla emissione della voce e alla prosodia (anch’essa legata poi alla postura, alla spazialità, e così via): in un quadro stimolante e bisognoso – comunque – di una personale e originale riproposizione.


Il presente corso, in tale quadro, propone una concezione più ludica e fisica, più filosofica ed emozionale della prassi verbale, connettendosi a elementi di natura “teatrale” e scenica, a competenze e riflessioni di chiara marca recitativa ed espressiva, con una sollecitazione che tocca abitudini corporee, psicologiche e interazionali.

Sperimenta – anche con l’apporto di mezzi tecnologici: riprese video e audio – le novità assimilate e registra avanzamenti o blocchi; mette in riga e osserva; vaglia e confronta i differenti stili comunicativi: nella prospettiva di oggettivare la messa a punto di più moderni e produttivi (e perché no? anche divertenti e divertiti) elementi verbali e relazionali.


Prof. Corrado Veneziano

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